
D, Repubblica delle Donne, 6 novembre 2004
Lei si chiama Pedro
Si fa chiamare Pedro ma non è un maschio. Adora Lady Oscar, Ulisse, Orlando e la Fata di Pinocchio. Vive a Rosignano Solvay, un paesino della provincia livornese, la cui vita è dominata da una fabbrica che oscura il cielo come un’astronave. Abita in un anonimo condominio giallo insieme a un padre ignorante e violento, una madre distante e sottomessa al marito, e un fratello che reputa un eroe. Il secondo romanzo (dopo Comparse della trentaquattrenne fiorentina Paola Presciuttini racconta la storia drammatica e commovente della disperata ricerca di un’identita da parte di una bambina prima e di una ragazza poi che "vuole scappare dentro un’altra vita". Ma in un paese in cui "l’unico modo per andarsene davvero era sposarsi" e lavorare in fabbrica, Pedro decide di intraprendere un viaggio senza meta. alla scoperta del mondo e di se stessa. Grazie all’incontro con Marta, che le farà conoscere l’amore, Pedro capirà che un’alternativa è sempre possibile. Ma anche che la terra promessa non è dietro l’angolo come si era immaginata. Trovare lavoro è difficile, se non impossibile. e per mantenersi bisogna piegarsi a fare la guardarobiera nelle discoteche gay o accumulare notti bianche aprendo ostriche nei locali di lusso.
Un romanzo di formazione che ricorda a tratti il Niccolò Ammaniti di Io non ho paura dove il disagio giovanile assume i nomi brucianti di sessualità, disoccupazione, legami famigliari. E che ci suggerisce che per accedere a un altro mondo bisogna trovare il coraggio di fare conti con il proprio passato.
Benedetta Marietti
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il Gazzettino, 31.10.2004
Il nuovo libro della Presciuttini edito da Meridiano zero
Nel romanzo la ricerca dell’identità sessuale
Non dire il mio nome è l’opera terza della toscana Paola Presciuttini, dopo i racconti dì Occhi di grano e il romanzo familiare e storico Comparse. Ed è edita dalla attivissima e padovana Meridiano Zero, che si sta segnalando per la riuscita caccia a giovani e talentuosi autori. Non dire il mio nome racconta la storia di una bambina, che diventa adolescente e poi donna. Tra mille lavori, la fuga dalla natìa Rosignano Solvay e la ricerca di un’dentità sessuale che le sfugge, la protagonista arriva a trovare se stessa. "Ma non è un romanzo di formazione," avverte Paola Prescìuttini o meglio non solo: c’è la denuncia sociale, molto forte, dell’inquinamento, di cui è vittima Rosignano. E c’è il giallo, nella scena, che torna periodicamente, di due lottatori. Chi vincerà? Si saprà sola alla fine". Di più, giustamente, la Presciuttini, arrivata in città la scorsa settimana per un incontro alla Feltrinelli, non anticipa sulla trama. Ma che c’è di lei nella protagonista? "Poco. I nostri caratteri sono opposti. Ma sicuramente abbiamo in comune il lato picaresco." E può ben dirlo, con mille lavori e tre anni di tournèe come attrice in giro per l’Italia. A un certo punto la protagonista dice: "Ho pensato che questa parola, femmina, non mi rappresenta: non lo sa, cosa sono". Paola Presciuttini commenta: "Il genere non è bianco o nero. L’identità sessuale ha migliaia di sfumature. La protagonista trova di non somigliare né a un maschio né a una femmina: si trova in un non luogo dell’identità. Ma non sta negli inscatolamenti. A ogni modo non ho voluto scrivere un romanzo a tesi: è il personaggio che mi si è presentato così". Che tipo umano viene ritratto allora nelle pagine diNon dire il mio nome? "Questo libro vuole rappresentare la presenza dei poco visibili. Che sono la maggioranza silenziosa della gente, in genere poco rappresentata. Trovo che questo sia uno del motivi per cui oggi c’è così tanta gente che scrive: perché la vera comunicazione non passa per i mass media. E gli scritti sono dei messaggi in bottiglia lanciati dalla propria isola solitaria". È questo dunque il valore delle scuole di scrittura che fioriscono oggi un po’ dovunque? "Sostituiscono il caffè letterario dei secoli passati. C’è uno scrittore importante attorno a cui ruotano altri scrittori. Ci si leggono le proprie cose, e così si cresce, io stessa ho deciso di fare la scrittrice dopo un corso con Dacia Maraini.
E oggi a mia volta insegno scrittura. Ma il valore della scuola di scrittura sta nella comunicazione reciproca, perché si scrive quello che si pensa.
E non si può insegnare a pensare".
Renzo Stefanel
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Leggere Donna, maggio-giugno 2005
"Ecco
che si scardina l’uscio del tempo": così, con quella
che mi sembra un’allusione alla porosità del passato
che si può – come dice Christa Wolf per Cassandra –
metaforicamente attraversare nella ricerca del Sé o di
altre donne, inizia il viaggio in questo romanzo di
formazione. Vecchie fotografie, conservate nella
"cascetella dei nipoti" dalla zia amata, riportano
infatti la giovane protagonista a tanti ricordi
dall’infanzia in poi: "Li succhierò, li masticherò, li
filtrerò e poi li scriverò qui, sul quaderno, fino
all’ultimo", per capire "come ha fatto quella bambina
che sorride dalla foto ad arrivare qui, stanotte, e
come ha fatto ad arrivarci così". Si è rifugiata dalla
zia dopo la fuga da casa per la difficoltà di rapporti
con il fidanzato, per il "desiderio irrealizzabile"
provato per l’amica Samantha, per non avere più "le
mani addosso" del padre ("non la picchia più ma
s’infila nel suo letto"): "Che m’importava di
rispettare le regole di un mondo che non rispettava
me?".
Con la fuga, varie esperienze sentimentali e lavorative, quindi l’impossibile ritorno dai genitori e la scelta della zia, per consegnarle il diario del viaggio compiuto. Per anni lei, Immacolata, l’hanno sempre chiamata "la Bimba". Quel nome non piaceva a nessuno. Quando deve comunicarlo a Marta, prende spunto da una rivista che ha in mano e le dice: "Pedro". "Il nome giusto mi apparve davanti come uno specchio nel quale, per la prima volta, potevo vedere riflessa la mia immagine". E quando Marta commenta che le somiglia ed è un bel nome, lei sente che non avrebbe "mai più avuto altro nome che quello": il passaggio a un nuovo nome, carico di peso e di destino, permette alla protagonista la ricerca di costruzione dell’identità sessuale. Simbolicamente "il nome è alla confluenza dell’esistenza per sé e di quella per gli altri" (Starobinski): un nome diverso coglie lì una disgiunzione radicale e il soggetto sfida a smascherarlo: accettando un nome, si accetta un comune denominatore tra il proprio essere profondo e l’essere sociale. In tal modo, rifiutando il nome della nascita, e inventandosene un altro, la protagonista recupera se stessa, rompendo –attraverso un processo di dis/identificazione – con quel mondo familiare e sociale che la vorrebbe chiusa in un modello stereotipato. Il modello infatti è ancora quello del naturale destino della donna che precipita, per poter esistere, in un itinerario obbligato. Pedro cerca di farsi piacere il sogno del matrimonio, ma non ci riesce, e si ha quindi lo scarto, la ribellione sia al modello familiare che a quello eterosessuale. Nel romanzo, in cui Pedro si racconta anche con ironia attingendo al linguaggio giovanile, in una specie di lettera/diario alla zia, ricorre, identica, la frase iniziale "paese sul mare", a cadenze regolari: il procedimento dell’anafora, l’enfatizzare parole e sintagmi ripetuti in una forma ritmica, evocativa – usato anche in Comparse, che resta, per me, il libro più intenso e interessante di Paola Presciuttini – indica la non linearità della memoria che va e viene, il vivere in un presente labirintico in cui ogni ferita è viva. La temporalità è affettiva e si frantuma in unità di carattere poetico, angoscioso e sentimentale. La strategia narrativa dell’anafora qui ritorna come un raccordo musicale ad ogni pagina di diario, insieme all’immagine, simbolica, di un uomo e una donna che lottano (allusione anche alla tentata violenza da parte del padre?) mentre il condominio vive la "normalità". E ha la funzione di non far smarrire il discorso a chi legge, mentre chiude e apre come a cerchio i diversi momenti della rammemorazione. Non è presente la genealogia femminile di Comparse, e tuttavia al centro del discorso si trova la zia che simboleggia – come l’autrice ha spiegato in un recente incontro – le amiche del Giardino dei Ciliegi, e tutte quelle donne più grandi, femministe, che, in vario modo, l’hanno accolta, incoraggiata, nutrita (intellettualmente) nel suo percorso, ed è anche questa possibilità di sostegno – fra generazioni – che ha voluto trasmettere alle giovani d’oggi.
Pedro, alla fine del racconto, si sente pronta a proseguire nella costruzione della sua identità in divenire e nella ricerca di un lavoro possibile, consapevole di avere tutto il tempo necessario a far crescere sentimenti e desideri, sia pure "nell’equilibrio precario" del mondo: simile a un’eroina delle fiabe, ha sfidato così il suo destino: come la protagonista de La storia della principessa primogenita di Antonia Byatt, Pedro infatti non accetta ciò che la fiaba classica riserva alle fanciulle obbedienti, sa di essere all’interno di un disegno (tutto, nella sua storia, è già scritto), ma, proprio per questo, con la sua disobbedienza riesce a trasformarlo in un’altra storia.
Clotilde Barbarulli
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il manifesto, 14.11.2004
Benvenuti a Rosignano, I Caraibi di Maremma
Una scrittrice toscana ci accompagna dentro il passato e il presente di un luogo diventato emblematico del conflitto tra ambiente e lavoro.
E famoso nel mondo dai tempi di Ernesto Solvay per la soda e il bicarbonato.
Spiaggia bianca, morte nera. Un intero paese che sa di fabbrica. II marchio della. chimica nell’anima. Terra e mare violentati dall’industria. Rosignano di nome, Solvay di fatto. Angolo di Toscana che ha fatto il giro del mondo insieme alle bustine di bicarbonato. Cartolina da sogno mai affrancata dalle produzioni spietate. Meta di chi si accontenta dell’effetto esotico, mentre lo stabilimento incombe sul bagnasciuga. Rosignano & Solvay, multinazionale della chimica, che ha messo radici sulla costa fra Pisa e Livorno. Tutti la conoscono. Come tutti riconoscono la "spiaggia bianca", dove sarebbe vietato fare il bagno. Nessuno, a Rosignano, può prescindere dalla Solvay.
E nessuno si azzarda a spezzare il binomio, non solo toponomastico.
Il falso paradiso
La spiaggia della Solvay, è lo spaesamento di Rosignano. Ma insieme, racconta la storia della classe operaia all’ultima. spiaggia. O, almeno, setaccia mitologia politica e pregiudizi ideologici dentro l’innaturale bianco della terra e sull’onda del mare morto. "A occhi aperti, sembra di essere in un paradiso turistico. A occhi chiusi, però, non si sente l’odore del Tirreno. E la sabbia da atollo non sa di mare, perché sembra talco. E basta voltarsi per sbattere contro tutta l’imponenza della fabbrica con il suo porto per le navi del bicarbonato. Ci sono venuta la prima volta decina d’anni fa, in compagnia di fiorentini abituati a farci il bagno. Al primo impatto, sono rimasta letteralmente terrorizzata, e mi sono ben guardata dal mettere piede in acqua Poi mi è rimasto l’impatto con la fabbrica che si specchia nella spiaggia bianca".
Paola Presciuttini, 34 anni, è la giovane scrittrice che con Rosignano Solvay coltiva un legame speciale. Viene a tenere i corsi di scrittura creativa per il Comune e se ne torna a Settignano Fiorentino con la documentazione sull’inquinamento. Qui ha scoperto amici e plot letterari, mentre fatica a dimenticare i morti di cancro. Tanti viaggi in autostrada o lungo la variante Aurelia, altrettante serate davanti al mare con lo stabilimento che allunga la sua ombra. Finché Rosignano Solvay ha guadagnato parole su righe, pagine su trama. E ora sta nel cuore di Non dire il mio nome, terzo romanzo fresco di stampa.
Rosignano e Solvay. Maremma e industria. Orgoglio operaio e bicarbonato. Lavoro e natura. Sinistra e ambiente. Municipio e fabbrica. Arenile caraibico e mercurio nell’acqua. Scenografia pubblicitaria (ricordate il cavallo bianco del bagnoschiuma al pino silvestre?) e contraddizioni in seno al popolo (economia o ecologia?). È la storia di un’identità stridente, fin dal 1913 quando il nobile belga Ernesto Solvay acquistò i terreni per la sua fabbrica di soda. E sono storie in bianco e nero ancora oggi, fra la spiaggia da cartolina e lo stabilimento blindato. "E’ il contrasto stridente della Toscana-giardino con la più grande fabbrica storica della regione. Solvay è la grande madre: scuola elementare, teatro, stadio, tutto è marchiato Solvay. Ma è anche la madre velenosa, che allatta tutti con il bianco delle scorie che si appoggia sul mare. Rosignano diventa un posto evocativo con il suo stabilimento che si trasforma in un mostro, simbolo del male naturale. L’intero paese che lavora e prospera con il bicarbonato che ogni angolo del mondo conosce. E lo stesso paese che fa i conti con il 20% di maggior incidenza dei tumori, con i peri che maturano bitorzoluti, con uno scenario da Day After", commenta l’allieva toscana di Dacia Maraini.
Rosignano Solvay è una delle sette frazioni del terzo Comune della provincia di Livorno. Distante due chilometri dal municipio di Rosignano Marittimo, conta però 16.205 dei 31.144 abitanti registrati dall’anagrafe. Lungo il Viale Solvay, sono cresciuti tutte dai banchi delle elementari (intitolate a Ernesto Solvay) a quelli delle medie Alighieri, fino alle aule dell’istituto alberghiero Marco Polo. Ogni lunedì c’è il mercato in piazza. A inizio ottobre torna la fiera paesana. A metà luglio, è tempo della Cacciuccata. A Rosignano, non esiste famiglia senza un dipendente o una dipendenza dalla Solvay. Lo stabilimento produce sale, cloro e bicarbonato. Gli scarti di lavorazione vengono convogliati a mare dal Fosso Bianco: il carbonato di calcio fa bianca la spiaggia. Rosignano Solvay convive dall’inizio del secolo scorso con la chimica. Nel segno del gruppo belga (uno dei dieci colossi mondiali, in Italia con una decina di impianti). Si comincia con la soda; dal 1939 scatta l’impianto di elettrolisi a mercurio; negli anni Sessanta arrivano clorometani e Vcm. Nel 1978 chiude il cracking per la produzione di etilene: apre il pontile industriale di quasi due chilometri per il rifornimento via mare. Dieci anni dopo, un referendum boccia clamorosamente il progetto di un mega-impianto Vcm-Pvc. In compenso, dal 1997 la Solvay ha attivato la centrale elettrica turbogas da 350 Megawatt.
Risorse bruciate
Ma Solvay brucia anche risorse. Salgemma dalle 36 mila tonnellate del 1915 ai quasi due milioni degli anni Novanta. Acqua: dai 28 mila metri cubi stimati negli anni Venti agli oltre 14 milioni dichiarati nel 1996. Inoltre, Solvay produce rischi: almeno una dozzina di fughe di gas nel periodo 1973-1990; il Cnr di Pisa ha "pescato" oltre 300 tonnellate di mercurio nel tratto di costa davanti a Rosignano. Paola scruta l’orizzonte della spiaggia bianca e l’inutilità del divieto di balneazione "Sembrano le Maldive, eppure se vai in acqua non ti vedi più i piedi e va via l’abbronzatura. Per me, questo è il mare della luna. Il posto che appare bellissimo ed è drammatico". Alle spalle, la fabbrica: serve un permesso-autorizzazione d’ingresso, mentre da un paio d’anni la produzione inquinante è uscita con destinazione Polonia. Il logo Solvay ormai coincide con la frazione di Rosignano, nel segno del bellissimo ed elegante chimico che inventò il bicarbonato. "Ernesto Solvay assomigliava a Pirandello. Scelse questo posto, perché era perfetto per il suo progetto. Il fiume Fine che passa dentro la fabbrica. Le cave di salgemma a Buriano, Casanova, Monteginori. Terreni fino a Volterra con le bandierine gialle a dimostrare chi è il padrone, anche della terra. Allora Rosignano era palude. La fabbrica ha rivoluzionato il paese. C’era gente che veniva dal Veneto a lavorare qui Tant’è the ancora le chiamano case venete. Da quasi cent’anni si vive in simbiosi, Solvay e Rosignano, fabbrica e paese".
E lo stabilimento come una mignatta succhia lavoro, vite, identità. Decenni di progresso, benessere, crescita sempre all’ombra della fabbrica che avvelena il territorio. "A Rosignano resiste l’atteggiamento di rispetto nei confronti della Solvay. È come la moglie che si lamenta del marito che beve, ma non va mai a denunciarlo. Ho tenuto corsi di scrittura creativa, spingendo tutti a scrivere. C’è sempre stata una sottile omertà, come se il potere della fabbrica fosse comunque più forte. In compenso, è spuntata la documentazione sulle discariche intorno alle spiagge bianche, sul cancro che statisticamente balza agli occhi, sugli effetti del mercurio nel mare".
Paola accende un’altra sigaretta, giusto per non sfumare il nocciolo della questione "Rosignano Solvay dagli anni Ottanta è cambiata, qualcosa si è smosso. Depuratori, controlli, associazioni ambientaliste, battaglie dei Verdi. E il Comune, nel solco della tradizione toscana, finanzia e sostiene cultura e servizi Però, resta sempre la tensione. Fra l’idea del lavoro di una sinistra vecchissima e il pensiero ecologico. Fra 900 dipendenti Solvay e un territorio snaturato. La spiaggia bianca è circondata di montagnole che sono discariche. Quelli di Rosignano rispettano il divieto di balneazione ma sanno usare quel luogo davanti alla fabbrica nel modo giusto: come posto romantico per far sbocciare gli amori. Ma l’essenza di Rosignano Solvay non è certo idilliaca".
La nave albanese
Tant’è che nel "posto magico" dei Caraibi in riva alla Maremma un bel mattino tutti scoprono che è spiaggiato un relitto. II naufragio quasi in bocca allo stabilimento Solvay. II mare che a modo suo restituisce un monito alla terra. "Cronaca di due anni fa: una nave albanese in avaria che si incaglia negli scogli a venti metri dalla spiaggia. Rosignano Solvay l’ha scoperta aprendo la finestra ed è andata avanti mesi a discutere di quel relitto. Con gli anziani che accarezzavano l’idea di trasformarlo in centro anziani del Comune e i giovani che ribattevano proponendo la discoteca galleggiante. Una metafora perfetta, una suggestione letteraria, un pretesto ideale. Ci abbiamo lavorato per un anno con gli allievi del corso. E il Comune ha assicurato la pubblicazione dei racconti. Da parte mia, prima che Meridiano Zero desse alle stampe il romanzo in cui si respira Rosignano Solvay, ho voluto premunirmi con una specie di comitato protettivo di lettori e amici locali. Ci tengo molto alla loro approvazione: non vorrei mai tradirli". La fabbrica-astronave alle spalle: il Tirreno che fa l’onda apparentemente come a Castiglioncello. Mezzo chilometro spalmato con il carbonato di calcio. Palcoscenico naturale della recente lettura dell’Inferno da parte di Riondino.
Rosignano è sempre e solo Solvay? Paola Presciuttini riapre il pacchetto di sigarette: "Quella lì è come la Fiat o il Petrolchimico della Toscana. Smetterò di fumare quando si deciderà a farlo anche la Solvay...".
Ernesto Milanesi
Paola Presciuttini,
dai gelati alla letteratura
Paola Presciuttini, 34 anni, è nata in Toscana, a Firenze. Vive in una casa piena di libri a Settignano Fiorentino, in compagnia del cane Mafalda. Dopo il liceo artistico, ha compiuto studi filosofici e letterari. Ha "assaggiato" la flessibilità dei lavori: lavapiatti, pony espress, gelataia, operatrice nel call center. D’altro canto si è cimentata fin da giovanissima con la scrittura. Allieva di Dacia Maraini e Lidia Ravera, ha esordito a vent’anni con la raccolta di racconti Occhi di grano, pubblicata dalla casa editrice Sensibili alle foglie. Il libro, tradotto in tedesco, è entrato nel programma di letteratura italiana all’Univesità di Düsseldorf. Nel 1999, è uscito invece il romanzo Comparse (Tropea) con cui ha vinto il premio San Pellegrino. Buddhista, con l’aspirazione a diventare vegetariana, scrive anche per il teatro, la radio, la pubblicità. Inoltre tiene corsi di scrittura creativa. E continua a pubblicare. Presciuttini fa parte della nuova generazione degli Intemperanti, la collana Meridiano Zero diretta da Giulia Belloni. La casa editrice padovana ha recentemente mandato in libreria Non dire il mio nome. L’ultimo romanzo di Presciuttini si dipana proprio dalla striscia di sabbia bianca a Rosignano Solvay. Una bambina con un padre debole, una madre svilita, una zia indipendente. La protagonista cresce tormentandosi nella ricerca di un’identità (anche sessuale). Finchè sceglie la fuga a bordo di una nave. Una girandola di eventi che trascina il lettore in un vortice inarrestabile di ilarità e commozione.
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Mucchio Selvaggio, 6.12.2004
Fuori dalla provincia

Fuggire dalla realtà provinciale, alla ricerca di una vita che non sia solo apparenza e ipocrisia, scoprendo al contempo la propria sessualità e venendo finalmente a patti con un passato drammatico e violento. Queste alcune delle tematiche che attraversano Non dire il mio nome (pp. 288, euro 11,00) di Paola Presciuttini, pubblicato da Mridino Zero nella collana-movimento Gli intemperanti. Un romanzo di formazione che affronta a viso aperto ma in maniera tutt’altro che gratuita temi importanti e per molti versi scomodi, e lo fa per mezzo di un riuscito impasto di delicatezza (quasi) poetica, innocenza e crudo realismo.
Vogliamo ripercorrere brevemente la genesi di questo romanzo?
Il libro è nato da un personaggio, una ragazza di nome Pedro. Inizialmente le avevo dedicato un racconto, poi mi sono accorta che avrei potuto seguirla per più pagine, e ho continuato a lavorarci. Però, dato che da una parte gli argomenti che stavo trattando - violenza, omosessualità - erano molto difficili, e dall’altra stavo scrivendo un romanzo di formazione, cosa che tutti fanno quando sono agli inizi, ho messo la cosa da parte e mi sono dedicata ad altro, ovvero a un libro storico intitolato Comparse. Questo per dimostrare a me stessa di avere una capacità di strutturazione più varia, oltre che per aspettare di crescere ulteriormente. Fatto questo, sono finalmente tornata a Non dire il mio nome, aggiungendovi anche l’ambientazione: in quel periodo lavoravo proprio a Rosignano Solvay e mi è sembrata la metafora ideale per rappresentare la situazione apparentemente idilliaca ma in realtà velenosa in cui stava vivendo Pedro. Dopodiché ho incontrato Giulia Belloni, la curatrice della collana Gli intemperanti, che si è innamorata del libro e ha deciso di pubblicarlo. Devo dire che sono molto contenta, perché sento di avere l’età giusta per portare avanti in modo consapevole le battaglie e gli argomenti in esso contenuti.
Come ti trovi in mezzo agli Intemperanti?
Bene, perché io sono sempre stata una solitaria fin dall’adolescenza, ho sempre lavorato da sola, e mi piace molto l’idea di far parte di un gruppo con cui condividere la visione della realtà come paradosso e il tentativo di trovare in essa una specie di significato.
Venendo alla trama, mi sembra significativo che il viaggio che Pedro compie alla ricerca di se stessa avvenga via mare, e questo al di là delle facili e tristi battute su una ipotetica "altra sponda".
È una cosa fondamentale. Il personaggio di Pedro è ispirato un po’ agli eroi classici, e la mia voglia era quella di creare una eroina che fosse protagonista di un’esperienza avventurosa, picaresca. Inoltre, mi ha sempre affascinata l’idea che se uno vive al mare può scappare anche per nave, e la nave, da Ulisse in poi, è sinonimo di avventura. A sua volta, il mare può essere visto come un conduttore di sentimenti, come una metafora anche del viaggio all’interno di se stessi. Non a caso, appunto, spesso si usa l’immagine dell’altra sponda", perché si suppone che prima di toccare una nuova riva uno debba effettuare un percorso di rigenerazione in un elemento diverso, come appunto è l’acqua. Volevo sfatare il luogo comune secondo cui gli uomini trovino se stessi muovendosi anche fisicamente da un luogo all’altro, mentre le donne lo farebbero restando ferme.
In che fase della stesura hai deciso quale sarebbe stata la struttura della narrazione?
Il fatto che sia una specie di lunghissima lettera intervallata da flash di memoria involontaria mi è venuto alla fine, durante l’ultima riscrittura, quando ormai tutto era chiaro e potevo dedicarmi a questioni, appunto, più strutturali.
Ma tu, solitamente, riscrivi molto?
Sì, perché ogni stesura è come una specie di lievitazione del pane, e il materiale cresce. La cosa meravigliosa della scrittura è quella di potere ritornare sui propri passi, e privarsene sarebbe come rinunciare volontariamente a uno dei suoi aspetti più caratterizzanti. Personalmente, poi, io un libro lo inizio da scrittrice e lo finisco da lettrice, affrontandolo cioè con un maggiore distacco, un po’ come se fosse una delle cose che scrivono i miei allievi ai corsi.
Ecco, dimmi qualcosa della tua attività come insegnante nelle scuole di scrittura.
Credo che siano un luogo eccezionale per incontrare altre persone che scrivono e in cui trovare qualcuno che ti faccia vedere come dovrai prima o poi leggere le tue cose, criticamente cioè. Il rischio, però, è quello di creare un canone letterario un po’ troppo statico. Inoltre, scrivere è come pensare, e non si può insegnare alle persone a pensare, al limite si può spiegare loro come fare a raccontare una storia. Insomma, è una questione difficile, che ha a che fare con la relazione che si può avere con una passione comune; d’altra parte, però, è l’unico modo che si è trovato per sostituire i caffè letterari e altre situazioni di questo tipo, che magari nella prima metà del ’900 nascevano in modo spontaneo e che ora invece è più difficile trovare.
Come stai vivendo le prime reazioni all’uscita del libro? E, nel frattempo, hai già iniziato a lavorare su qualcos’altro?
Mi sembra che le cose stiano andando bene. Dal punto di vista della critica, visto che ho avuto molte recensioni, come da quello dei lettori. Direi che si stanno superando tutte le aspettative, visto che, dopo solo due settimane si sta già parlando di ristamparlo. Parallelamente a questo romanzo, poi, ne ho scritto anche un altro, con protagonista un vuccumprà, e l’ho già consegnato all’editore. Ora invece sto lavorando sul Medio Evo e lo sto studiando, perché mi interessa andare a vedere cosa succedeva prima del Rinascimento. Questo perché l’unico modo che ho per tollerare una situazione come quella presente è pensare che sia la vigila di qualcosa di più bello.
Aurelio Pasini
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Rockerilla, gennaio 2004
Paola Presciuttini - Come per il Fiore di Loto
Dopo aver pubblicato giovanissima il libro di racconti Occhi di grano (Sensibili alle foglie, 1994) e il romanzo Comparse (Tropea, 1999) Paola Presciuttini dà alle stampe per i tipi Meridiano zero, Non dire il mio nome, il nuovo libro inserito nella collana "Gli intemperanti" diretta da Giulia Belloni. Fiorentina di nascita, Paola Presciuttini, negli anni, alla scrittura ha affiancato svariati lavori: lavapiatti, pony espress, gelataia. Ora tiene corsi di scrittura creativa e scrive per il teatro, la radio, la pubblicità.
Il titolo del libro, Non dire il mio nome, è anche una frase nella quale si ritrovano le intenzioni della protagonista: voler tagliare con il passato, cambiare pelle...
Il titolo viene da una frase di Oscar Wilde in cui si parla dell’amore omosessuale come dell’amore che non dice il suo nome. Pedro, la protagonista del libro comunque, come dici tu, abbandona davvero tutto alla maniera degli eroi antichi, che cambiavano nome, vestito, per confondersi tra la gente. E’ un percorso iniziatico alla ricerca della propria identità che, in questo caso, passa da una scelta sessuale consapevole e non imposta, alla ricerca di un lavoro da amare, all’incontro con quella che si direbbe la persona giusta. Molti dei temi con i quali tutti quotidianamente ci troviamo a dibattere.
Essere semplicemente se stessi, sentirsi liberi dalle convenzioni che la società ti impone e cercare la propria strada è una via non sempre facile da percorrere. Che ne pensi?
Cercare un rapporto autentico con se stessi non è mai facile, e spesso come tutti i percorsi che mirano alla verità, chiede anche un buona dose di fantasia. La protagonista di questo libro ce la mette tutta la sua fantasia, per liberarsi dei pregiudizi che lei per prima nutre nei confronti di se stessa. Esce coraggiosamente dai suoi panni, dalla sua vita, per conoscersi.
La zia, di cui si sa poco nel libro, è forse l’unico appoggio emotivo per la protagonista. La famiglia, infatti, non ne esce bene perché ritratta come luogo delle violenze e delle incomprensioni.
C’è una leggenda orientale che parla del Fiore di Loto, e dice che questo fiore rimane puro, bianchissimo e immacolato malgrado cresca in uno stagno melmoso. Una famiglia difficile, non è solo una buona giustificazione per i nostri fallimenti, ma può trasformasi in una meravigliosa occasione per mettere alla prova la forza dei nostri sogni e la determinazione di cui siamo capaci. Molti personaggi illustri sono cresciuti in stagni melmosi, per dirla con la leggenda.
Parlando della tua attività, nei corsi di scrittura cosa cerchi di trasmettere ai tuoi allievi?
Soprattutto il rispetto per quello che fanno e per la letteratura in generale. Per il resto cerco di lasciare che la mia passione risuoni all’unisono con la loro. Scrivere una buona storia non è una cosa straordinaria ma nemmeno banale come vogliono farci credere. L’importante è sgombrare il campo dai pressappochismi e diventare consapevoli che scrivere è qualcosa che hanno fatto in molti prima di noi, che molti stanno facendo nello stesso momento in cui viviamo e che altri lo faranno in futuro, molto meglio o molto peggio di noi.
di Enzo Rammairone
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Towanda, dicembre 2004
Rosignano Solvay. Un paese che già nel nome è un tutt’uno con la fabbrica che lo corrode. La protagonista del bellissimo lavoro di Paola Presciuttini cresce qui, in un’Italia profonda angariata da una modesta normalità. Un’inquietudine vaga, un’insofferenza senza oggetto accompagnano questa ragazzina di paese nella percezione quasi ovattata dei suoi limiti, dei suoi sogni, del suo impulso a essere se stessa. Così semplice e così difficile a farsi.
Una spiaggia tutta bianca che sembrano le Maldive però è velenosa: fa da orizzonte per l’immaginazione di Pedro ma è anche il simbolo potente della violenza nascosta, pervasiva della mentalità conformista e rassegnata che opprime il luogo.
Pedro è il nome nuovo che la ragazza si dà, lo getta oltre se stessa per fuggire, un po’ timida, un po’ selvatica com’è lei; con la sua intelligenza fresca e istintiva su cui si modula la cifra stilistica di Non dire il mio nome, romanzo sorprendente per scorrevolezza e incisività.
Nella città raggiunta Pedro scopre una diversa vita, c’è l’amore, c’è l’esperienza e si vedono mille cose, ma lo stesso i conti non tornano, li grava una radice oscura che andrà dissotterrata, bonificata.
In tutto questo, Pedro è omosessuale: una scoperta che emerge in lei con tale naturalezza da sembrare una cosa come l’aria, come il proprio viso. Eppure si tratta di un dato fondante per tutta la drammaticità della storia. Ammiro qui la maestria della Presciuttini, capace di restituire in parole il cuore fresco dell’essenza del vissuto nello stesso momento in cui racconta il dipanarsi della violenza ottusa del mondo. Frattanto la tensione narrativa sale, si scioglie, sale, si scioglie, sale... tenuta insieme dalla consapevolezza esistenziale che se il cuore è puro il male cozza con la vita ma non la inquina. Si tratta di una linea di fondo molto importante che in mano a una scrittrice con la S grande come Paola diventa storia, scrittura e liberazione. Così si compie la formazione di Pedro, e intanto noi poveri lettori abbiamo già finito il libro. Non ci sono molte alternative: o ricominciarlo subito da capo; oppure farsi un caffè, sorridere, uscire, dire di sì alla vita che ci aspetta. Quella vera.
Anna Lamberti-Bocconi
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tuttolibri, 18.12.2004
ZIGZAG STRENNE: IL ROSA

Paola Presciuttini, Non dire il mio nome (Meridianozero, pp. 285, e11).
Cresciuta in un paesino spazzato dal mare, la protagonista fugge dall'iracondia tormentosa del padre alcolista e dalla quieta opacita' della madre verso un mondo in cui naviga prima alla cieca e poi con la divertita sicurezzaregalatale da un amore accettato nella sua diversita'.
Un po' dimaniera, secondo le regole della giovane scrittura, in una stoffa di buona qualita'.
Mia Peluso
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L’Unità, 15.3.2005
Letteratura e identità omosex
Paola Presciuttini e il silenzio sul proprio nome
Toscana, nata nel 1970, Paola Presciuttini è al suo secondo romanzo dopo "Comparse" (Tropea, 1999, vincitore del premio San Pellegrino) e il volumetto di racconti "Occhi di grano" (Sensibili alle Foglie, 1994). Il tema di Non dire il mio nome - recentemente pubblicato dalla casa editrice Meridiano Zero in una collana dal titolo significativo "Gli intemperanti" - è l’identità lesbica; ed è interessante vedere come una giovane scrittrice l’affronti oggi in Italia, cioè in un contesto culturale ancora in larga misura chiuso sull’argomento. Il percorso di questa identità, non a caso, coincide emblematicamente con la difficoltà a "dire il proprio nome", che viene s-velato solo nell’ultima pagina del libro. La protagonista cresce nella triste normalità di un "condominio giallo cromo" dell’insediamento operaio di Rosignano Solavay, davanti a un mare innaturalmente biancoazzurro perché inquinato dalle scorie della fabbrica di cloro e bicarbonato. In questa realtà velenosa, soffocata tra un padre violento e un madre succube, ha come unico modello positivamente trasgressivo la zia napoletana Teresa. È questa donna "resistente" al matrimonio, tranquillamente anticonformista, indipendente, che ha "fatto addirittura un po’ di Sessantotto con l’eskimo e tutto", messaggera della passione per i libri e la scrittura, l’interlocutrice del suo raccontarsi. Definito dall’autrice "una specie di lunghissima lettera intervallata da flash di memoria involontari", il dialogo con la zia si sviluppa con incalzanti sequenze quasi cinematografiche su un triplice registro narrativo (il presente, il passato prossimo e quello remoto), padroneggiato da Paola Presciuttini con grande controllo dell’intreccio. Ancora "senza nome" sono l’infanzia e l’adolescenza dell’io narrante, due età del malessere segnate dall’amore proibito per la "migliore amica" Samantha, dal deludente tentativo di omologazione sessuale compiuto insieme all’amico"diverso", ma non per questo affine. Quando la senzanome riesce a "scappare dentro un’altra vita", la sua prima tappa è un’isola, come quella della Gorgona, che per lei rappresenta da sempre il mito della fuga. È Capraia il luogo dell’iniziazione lesbica e del darsi un nome: Pedro, "cinque lettere dal sapore spagnolo" portate "come il mantello che rende invisibili gli eroi nel momento del pericolo", con il quale si sente "nata nuovamente". Il battesimo simbolico avviene durante l’incontro con Marta, grazie alla quale "Pedro" vive finalmente un rapporto amoroso di complice reciprocità. Impastata di umorismo e rabbia, ironia e innocenza, poesia e crudezza, la storia di Pedro lievita con rapida lentezza, come il pane, verso un epilogo la cui ultima parola è "per ora". Mantengo il segreto sul vero nome di Pedro, sottolineando soltanto che, alla fine del romanzo, esso riporta visivamente all’inizio, a quella cerimonia rituale della "Prima comunione" implacabilmente fissata in un video della zia, "proprio ora che finalmente sono riuscita a strapparmi il velo dalla testa e a rubare la giacca blu al bambino che sedeva al mio fianco".
Rosanna Fiocchetto
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il Corriere di Firenze/Prato/Siena
Il romanzo di Paola Presciuttini ambientato in Toscana, a Rosignano Solvay
Non dire il mio nome, un’adolescenza violentata sullo sfondo delle storie grandi e piccole di un paese
FIRENZE - È una giovane scrittrice toscana, questa volta, a farci riflettere sul conflitto tra ambiente e lavoro e sulla natura deturpata dall’industria.
La storia che Paola Presciuttini - parte della nuova generazione degli "Intemperanti", la collana della casa editrice Meridiano Zero diretta da Giulia Belloni - ci racconta nel romanzo Non dire il mio nome è, infatti, ambientata a Rosignano Solvay, paese famoso nel mondo per la soda e il bicarbonato, in cui presenza della fabbrica, imponente e assurda, domina il paesaggio e condiziona la vita degli abitanti.
Con uno stile molto particolare, uno strano e misterioso impasto di poesia e crudo realismo l’autrice fa vivere e diventare grande in questo paese toscano la protagonista del romanzo, di cui conosceremo solo alla fine della storia il vero nome: aveva ragione a rifiutarlo perché non le si addice. Lei preferisce Pedro, un nome esotico, che lei inventerà per gli amici più cari, per nascondere la parte pill sofferta della sua vita.
E mentre le vicende si susseguono e si intrecciano con le piccole storie del paese che sa di fabbrica, proviamo commozione e incredulità per questa bambina e poi adolescente violentata nell’anima e nel corpo proprio come quella natura, di cui fa parte.
Paola Presciuttini, allieva di Dacia Maraini e Lidia Ravera, dopo i libri di racconti Occhi di grano e Comparse, conferma, ancora una volta, le sue doti di scrittrice con questa storia che assomiglia a un thriller e, proprio con la suspense del giallo, cattura il lettore.
E mentre Pedro si tormenta alla ricerca di un’identità (anche sessuale) conosciamo anche gli altri personaggi della storia: il padre debole e violento, la madre senza volontà e una zia indipendente e sensibile, l’unica in grado, tra gli adulti, di avere un rapporto positivo con la protagonista. Mail ruolo più importante, nella storia, è quello degli amici e soprattutto delle amiche che aiuteranno Pedro a trovare quell’amore tanto atteso e desiderato.
Vincenza Fanizza
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Il romanzo di Paola Presciuttini ambientato in Toscana, a Rosignano Solvay
Non dire il mio nome, un’adolescenza violentata sullo sfondo delle storie grandi e piccole di un paese
FIRENZE - È una giovane scrittrice toscana, questa volta, a farci riflettere sul conflitto tra ambiente e lavoro e sulla natura deturpata dall’industria.
La storia che Paola Presciuttini - parte della nuova generazione degli "Intemperanti", la collana della casa editrice Meridiano Zero diretta da Giulia Belloni - ci racconta nel romanzo Non dire il mio nome è, infatti, ambientata a Rosignano Solvay, paese famoso nel mondo per la soda e il bicarbonato, in cui presenza della fabbrica, imponente e assurda, domina il paesaggio e condiziona la vita degli abitanti.
Con uno stile molto particolare, uno strano e misterioso impasto di poesia e crudo realismo l’autrice fa vivere e diventare grande in questo paese toscano la protagonista del romanzo, di cui conosceremo solo alla fine della storia il vero nome: aveva ragione a rifiutarlo perché non le si addice. Lei preferisce Pedro, un nome esotico, che lei inventerà per gli amici più cari, per nascondere la parte pill sofferta della sua vita.
E mentre le vicende si susseguono e si intrecciano con le piccole storie del paese che sa di fabbrica, proviamo commozione e incredulità per questa bambina e poi adolescente violentata nell’anima e nel corpo proprio come quella natura, di cui fa parte.
Paola Presciuttini, allieva di Dacia Maraini e Lidia Ravera, dopo i libri di racconti Occhi di grano e Comparse, conferma, ancora una volta, le sue doti di scrittrice con questa storia che assomiglia a un thriller e, proprio con la suspense del giallo, cattura il lettore.
E mentre Pedro si tormenta alla ricerca di un’identità (anche sessuale) conosciamo anche gli altri personaggi della storia: il padre debole e violento, la madre senza volontà e una zia indipendente e sensibile, l’unica in grado, tra gli adulti, di avere un rapporto positivo con la protagonista. Mail ruolo più importante, nella storia, è quello degli amici e soprattutto delle amiche che aiuteranno Pedro a trovare quell’amore tanto atteso e desiderato.
Vincenza Fanizza
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www.bazarweb.info, gennaio 2005
Il protagonista di Non dire il mio nome si chiama Pedro. Rivelarlo, dato il titolo, sembrerebbe fargli un dispetto, non fosse che Pedro non è il suo nome di battesimo, ma un appellativo attribuitogli, conservato gelosamente fino a eleggerlo "nome che esprime la cosa". Infatti, Pedro non è neanche un uomo, ma una giovane donna lesbica colta in un momento di deriva esistenziale. L’espediente narrativo attraverso il quale dipaniamo i fili della sua inquietudine è un diario rivolto a sua zia Teresa, l’unica della famiglia - non il padre violento, non la madre succube, non il fratello distante - che negli anni le avesse mostrato un po’ di partecipazione affettiva. Solo che la zia abitava a Napoli e l’apprendistato alla vita della nipote si svolgeva a Rosignano Solvay. Quella che emerge dalle pagine del diario è una storia di sofferenze, via via sempre più dolorosa, che difficilmente potremmo sopportare non fosse raccontata con piglio una bella dose di ironia. Diciamolo chiaramente: dell’io narrante, di Pedro (conosceremo il suo vero nome nell’ultima pagina), ci si innamora fin dall’inizio per il suo animo bambino. Così proviamo compassione per i suoi goffi tentativi di essere come gli altri vorrebbero che fosse. Siamo euforici quando la vediamo finalmente aderire a se stessa. Siamo deliziati dalla cura con cui affronta le cose, siano le pulizie di un ufficio o l’apertura di ostriche vive per conto di un ristorante. Ma soprattutto restiamo ammirati dalla mancanza di quella retorica del lamento - lo sguazzare nella minestra riscaldata del proprio dolore - così comune ai personaggi che hanno subito soprusi traumatici. Il nome Pedro inevitabilmente evoca Almodóvar. Nel romanzo scritto dalla Presciuttini ci sono gli stessi ingredienti dei suoi film: commozione, divertimento, il rispecchiarsi di noi stessi e alla fine tanta tanta passione per la vita.
Colonna sonora: FRANCO BATTIATO Fleurs3
Ciro Bertini
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